Marco Gentili per il Comune di Tarquinia

31^ Convocazione Consiglio

Siete invitati a partecipare alla seduta del Consiglio Comunale che si terrà presso la sala consiliare del Comune di Tarquinia – Piazza G. Matteotti n. 6 – in data 31/10/15 alle ore 9.00 per discutere e deliberare sul seguente:

ORDINE DEL GIORNO

  1. Dimissioni dalla carica di consigliere comunale del signor Blasi Alberto: surroga;
  2. Risorse per le politiche di sviluppo delle risorse umane e per la produttività anno 2015-Disposizioni per l’incremento delle risorse decentrate variabili sino ad un massimo del 1,2 % del monte salari del 1997, ai sensi dell’art. 15, comma 2 del CCNL 01/04/1999, come integrato dell’art. 4 del CCNL 05/01/2001 e dell’art. 31, comma 3 del CCNL 22/01/2004;
  3. Incremento delle risorse decentrate variabili anno 2015 in relazione ad un potenziale accrescimento quali-quantitativo dei servizi ai sensi dell’art. 15, comma 5° del CCNL dell’ 01/04/1999 e art. 31, comma 3° del CCNL 22/01/2004;
  4. Ratifica deliberazione della Giunta comunale n. 178 del 06.10.2015 ad oggetto “Variazione urgente al Bilancio di previsione 2015/2017 e conseguente adeguamento del PEG 2015/2017 (1° variazione)”;
  5. Comunicazione avvenuta adozione della delibera della Giunta comunale n. 175 del 01.10.2015 ad oggetto “Bilancio di previsione per l’esercizio finanziario 2015-Primo prelevamento dal fondo di riserva”.
28
ott 2015
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14/10/15 Intervento Oktoberleft

Sala Gatti, Via del Macel Gattesco n. 9, Viterbo (Italy)


14 Ottobre ore 18.00
Discorso laboratorio Democrazia
del Consigliere comunale di Tarquinia, Marco Gentili.


Cari e care,

quando mi hanno proposto di elaborare un discorso nell’ambito del laboratorio di Democrazia ho avuto un momento di disorientamento, dovuto, da un lato, alla complessità che si cela dietro la parola democrazia, dall’altro dai mutamenti di sistema dell’attuale classe politica italiana dirigente.

Il sostantivo democrazia è in effetti una delle parole più inflazionate che costella i dibattiti politici a livello europeo chiamando in causa la sovranità del popolo, quella forma di potere esercitata, direttamente o indirettamente, dall’insieme dei cittadini che ricorrono ad una votazione. Oggi più che mai ci si domanda quanta incisività politica appartiene ancora al popolo e, per dirla con Luciano Canfora, se effettivamente la democrazia ha mai indossato le vesti che gli abbiamo cucito.

Strano che da parte mia, appassionato di politica fin da giovanissimo e cultore della parola democrazia etimologicamente significante governo del popolo, venga fuori un discorso macchiato di pessimismo ma la sperimentazione quotidiana della politica, principalmente a livello locale, mi ha reso consapevole del fatto che la versione democratica contemporanea fa molta fatica ad esplicarsi. Soprattutto “in questi nostri tempi” di moltiplicazione e allo stesso tempo frammentazione delle sedi di potere, a tutti i livelli. Ma prima di giudicare l’esito del processo di democratizzazione attuale vorrei ribadire a me stesso e a voi presenti che cosa è tecnicamente una democrazia.

Una democrazia è tecnicamente un sistema di governo in cui tutti i cittadini hanno il diritto di votare per determinare una serie di decisioni che struttureranno la vita della collettività. Dal momento però che “il sentire” di questa collettività non è mai omogeneo e lineare e che il potere governativo per sua natura rappresenta solo una parte di quella collettività (in democrazia quella maggioritaria) è necessario dotare il sistema di una serie di garanzie e libertà: controlli e limiti sui poteri di chi governa, libertà di parola e associazione, tutela delle minoranze e delle loro scelte. Tutto ciò è incarnato, chiaramente in maniera articolata, nella nostra Costituzione che dovrebbe essere il fondamento di ogni democrazia.

In ambito democratico, i poteri opposti al massimo si alternano, ovvero l’uno lascia il posto all’altro ma non dovrebbero attrarsi come avviene per legge fisica tra ioni positivi e ioni negativi. Invece oggi assistiamo palesemente ad una commistione di poteri e ideologie tra loro non più distinguibili che alterano il senso della dialettica democratica, appunto. Dal tunnel dei neutrini siamo passati al ponte di ioni sullo Stretto di Messina. Solo che gli ioni, con o senza suffisso, esistono in Parlamento come dal fornaio, quello sotto casa.

E’ dunque arduo parlare di Democrazia se, come ha scritto Pippo, “l’obiettivo (…) è negare le alternative e quindi l’alternanza, riducendola a uno schema secondo cui da una parte c’è il sistema, dall’altro quelli che si sentono da esso esclusi. (…) Ci si muove su singoli temi, senza predisporre un progetto di società orientato ad un obiettivo preciso. Si sceglie di volta in volta su cosa puntare. Senza dare parametri di riferimento, perché il riferimento stesso impegna e costringe, mentre il trasformismo, per sua natura, è svincolato da ogni concreta opzione programmatica e finalizzato soltanto a una generica esigenza di stabilità.

Le stesse sedi istituzionali parlamentari hanno subito processi di svilimento e depauperamento; contraccolpi che feriscono la democrazia e la abbassano a forme, nemmeno di discussione, direi di litigio, prima impensabili. Oggi abbiamo imparato a fare politica nell’emergenza, con un dispendio di tempo, risorse e parole inaudito.

La responsabilità politica verso le generazioni future è un concetto che, temo, necessiterà di essere ricostruito tutto da capo insieme alla fiducia elettorale. Responsabilità politica a lungo termine e fiducia elettorale sono i due grandi nervi della Democrazia che vanno di nuovo stimolati.

La gravità dello stato paludoso in cui si è impantanata la Democrazia sta nel fatto che il sistema politico che l’attuale governo vuole riformare non prevede più un insieme di poteri reciprocamente controllati, bensì prefigura l’idea di un solo partito che facilmente “avrà la meglio”, attraverso una legge elettorale che è stata costruita appositamente per non creare intralci a chi governa.

Come salvare allora in parte il processo di selezione, democratico e partecipato, della classe dirigente?

Nonostante Pippo abbia preso le distanze da “certa sinistra” e da alcuni strumenti partecipativi che l’hanno caratterizzata recentemente, credo che potremmo salvare il processo di selezione democratica valorizzando le elezioni primarie che, così concepite, sono nate come sistema locale negli Stati Uniti, all’interno dei movimenti progressisti alla fine del 1800. Ne esistono di diverse tipologie e nel tempo si sono svolte in Europa e in molte altre parti del mondo.

In Italia, le elezioni primarie sono state promosse, in particolare da Romano Prodi in occasione dell’elezione primaria nazionale  svoltasi il 16 ottobre del 2005, quando l’Unione (nata dalla coalizione dei partiti del centro-sinistra italiano) ha proposto agli elettori di scegliere il candidato alla Presidenza del Consiglio per le elezioni politiche del 2006. Ma negli ultimi anni qualche esperienza pionieristica di regolamentazione delle elezioni primarie vi è stata? E soprattutto: queste primarie funzionano?

Personalmente sono sempre stato a favore di questo strumento partecipativo eppure, negli ultimi anni, tra brogli ai seggi e Vincenzo De Luca ora Presidente della Regione Campania, credo fermamente che una regolamentazione a queste primarie vada data. Per tutti e per ciascun partito di coalizione. Sul piano del rispetto delle regole del gioco ci siamo molto indeboliti e con la scusa, perché tale è diventata, di essere uno Stato garantista abbiamo intaccato l’imparzialità degli arbitri, reso corruttibili i giocatori delle squadre e reso il pubblico ignaro di tutto. E forse Renzi teme proprio per questo di perdere le primarie e così le rinnega.

Non è un caso che in fuorigioco, ma non in senso pratico, troviamo Denis Verdini, che seppur collezionando a quanto pare cinque rinvii a giudizio, ha scritto l’Italicum e la controriforma del Senato per conto di Berlusconi ai tempi del Nazareno, con la ministra Boschi che agiva per conto di Renzi.

Se Verdini (ora) stona anche Modugno, pure il frac diventa abbigliamento di scarso valore. E allo stesso tempo i senatori D’Anna e Barani ballano la lap dance in coppia, a luci spente.

Arrivo così, un po’ stanco, al commento di fine partita e sforzandomi di riempirmi di buoni propositi faccio appello al diritto che più di tutti connota di democraticità uno Stato: quello alla conoscenza. Condivido totalmente il principio secondo cui uno Stato non è democratico e “di diritto” se la conoscenza appartiene solo ad uno, a pochi, magari a molti ma non a tutti.

La consapevolezza dei cittadini è la nostra ultima speranza e con “Possibile” il barlume si è aperto. Anche se non si è riusciti a raggiungere il quorum referendario sugli otto quesiti e sui quattro temi, abbiamo però riacceso l’interesse dei cittadini alla vita politica, nei più comuni luoghi pubblici dove la gente vive ogni giorno, troppo staccati, ahimè, dalla vita di palazzo.

Decidete voi come riaccendere il fuoco. O a percussione, battendo insieme un minerale con una pietra molto dura, o attraverso la frizione di legnetti, strofinati allo stesso tempo in vari modi.

Voglio un’Italia diversa. La voglio Democratica.

Grazie ancora per l’opportunità offerta,
Marco Gentili

15
ott 2015
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14
ott 2015
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